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Ci siamo deliziati nel vedere Burning Ambition a poche ore dal suo arrivo nei cinema di mezza Italia. La durata del film è perfettamente in linea con quella di uno show degli Iron Maiden: quei 105 o 106 minuti in cui i nostri ci entusiasmano a ogni concerto. Un film “sugli Iron Maiden”. Certamente sì. Sul loro successo, sul loro impatto, sulla loro filosofia e sulle caratteristiche che li hanno resi la più grande band heavy metal del mondo. Un film che vede un contributo fatale dei fan, azzeccatissimo soprattutto nei passaggi relativi al tour del 1984 in Polonia e al cambio di guardia Bruce-Blaze- Bruce. Bello il passaggio inerente a Behind The Iron Curtain o alle esperienze dei fan in momenti difficili della storia recente; un po’ più scapigliati i salti temporali che servono a tematizzare in modo più articolato alcune tematiche che hanno delineato il successo della band (iconografia, rapporto con i fan, i rapporti all’interno della band). Questi salti rompono un po’ la cronologia del racconto e, ai fan della prima ora, certamente non piaceranno.
Un film “negli Iron Maiden”. Molto meno. I materiali sono raramente inediti e spesso recuperati da banche video o da quanto già prodotto in occasione di videoclip o di programmi TV. Anche la qualità del materiale cambia notevolmente da un periodo all'altro. Quanto gli Iron Maiden hanno contribuito, di nuovo, sta fondamentalmente nei contributi audio e in un paio di clip di Nicko. Interessanti i passaggi che introducono all’uscita di Blaze, alla malattia di Bruce e all’addio di Nicko.
Un film “degli Iron Maiden”. Fino a un certo punto. Se è vero che tutta la band regala numerosi contributi audio che costituiscono un po’ la spina dorsale del racconto, è chiaro che si tratta di una compilazione di materiale su cui la band ha avuto un controllo limitato. Benintesi, gli autori del lavoro stanno ben all’interno del seminato e non scheggiato di una briciola l’aura in cui Harris e soci vivono e vedono come la loro vera comfort zone.
Cosa manca? Sebbene ci sia una certa coerenza nel flusso di immagini e idee, forse manca qualcosa sugli esordi che avrebbe valso la pena inserire, la corte ad Adrian Smith (che si sarebbe ben legata anche al suo abbandono del 1990), la scelta e poi l’abbandono di Dennis Stratton (praticamente mai citato e mai intervistato), qualcosa in più su Bruce e Adrian al di fuori dei Maiden, prima del loro ritorno, l’arrivo di Simon Dawson (anche lui a malapena citato).
Cento minuti che volano, ma che forse lasciano spazio ad un futuro film che svisceri meglio alcuni aspetti. Da non perdere in ogni caso.
La redazione di Eddie’s
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