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Iron Maiden 2010: Villa Manin e una riflessione... PDF Stampa E-mail
Mercoledì 03 Novembre 2010 17:34 Cristiano Canali   


( 7 Voti )

Non si finisce mai di imparare. Volete sapere come gli Iron Maiden mantengono la freschezza e l’appeal di classici come ‘The Trooper’, ‘Run To The Hills’, ‘The Evil That Men Do’ e compagnia bella? È semplice: non li suonano! Da qualche anno a questa parte, la band di Steve Harris predilige una soluzione coraggiosa e ammirevole sotto ogni aspetto: invece di aspettare che, tra una ventina d’anni, il tempo trasformi i brani post reunion in ‘grandi classici’, come è avvenuto persino per alcune canzoni dei traballanti, controversi e spesso criticati dischi degli anni novanta, i sei musicisti si comportano semplicemente come se lo fossero già. E, a mio avviso, mettono a segno l’ennesimo punto vincente.

Con una storia, iconografia e produzione discografica anche solo simile a quella dei Maiden, chiunque sarebbe tentato (non a torto, visti i meriti) di trascorrere questi anni sul palco in modalità cabaret, tributando semplicemente il periodo d’oro vissuto in gioventù e strappando consensi certi, biglietti e applausi in tutto il mondo con la minima fatica. Ma Bruce Dickinson e soci rifuggono questa strada e offrono un servizio impeccabile a 360 gradi: è giusto far rivivere i mitici anni ottanta con DVD e tour di soli brani epocali (2005, 2008) o con notevole presenza di canzoni storiche (1999, 2003, 2007), ma è altrettanto lecito (e, oserei dire, indicativo di una certa classe) proporre dal vivo un ‘nuovo album’ per intero dall’inizio alla fine (A Matter Of Life And Death), confezionare quattro dischi di inediti in dieci anni e passare l’estate del 2010 a suonare in faccia a centinaia di migliaia di persone una scaletta costituita al 62,5% da brani composti e rilasciati dal 2000 in poi. Da soli, come a Villa Manin, o in alcuni dei festival estivi più importanti al mondo, dove tanti gruppi preferiscono non rischiare mai e andare sul sicuro. Dopo il riscaldamento dei presenti da parte dei nostrani Labyrinth (applauditi e ben contenti di stare sul palco), i sei inglesi hanno offerto la classica notte memorabile ad un ampio pubblico con un’alta percentuale di stranieri, a causa dell’ubicazione strategica della location e della prevedibile inviolabilità (tutta italiana) della settimana di Ferragosto, periodo d’oro di spiagge e mete acquatiche di ogni tipo. Inutile disquisire sulle prestazioni della band: siamo ai soliti, altissimi livelli. Corse sul palco, salti, lanci di strumenti, precisione, potenza, tiro e groove… tutti si danno da fare al massimo come vuole la tradizione, affiancati da un impianto luci stratosferico, scenografie inedite e curatissime e un nuovo Eddie (battezzato un po’ ovunque ‘Eddie Predator’) che, per pochi istanti, imbraccia una chitarra presa in prestito dai tre axemen in carne ed ossa. Con questo articolo, mi preme porre l’accento sui numeri: la band ha eseguito quattro canzoni tratte da Brave New World, tre da Dance Of Death (la title track è stata accolta con un boato), due da A Matter Of Life And Death, il recentissimo singolo ‘El Dorado’ estratto da The Final Frontier (davvero energico dal vivo) e sei classici senza tempo, inclusa l’insostituibile ‘Fear Of The Dark’. Ormai avrete capito dove voglio andare a parare, quindi vengo al dunque: i brani post reunion non hanno sfigurato minimamente in confronto al repertorio ‘sacro’ della band e ogni pezzo (qualcuno più, qualcuno meno) ha strappato cori, applausi e consensi a volontà tra il pubblico, il quale, per essere così ricco di stranieri, ha partecipato fin troppo attivamente all’evento, se si tiene conto dell’atteggiamento statico piuttosto diffuso in Europa (con poche eccezioni, di cui facciamo parte). Questo è un fatto che non scomoda le opinioni personali di ogni fan o ascoltatore sull’ultimo corso della band, ma fa quantomeno riflettere e intuire i motivi che spingono il gruppo a comporre, registrare e suonare secondo un certo stile: gli Iron Maiden sono ciò che sono oggi perché la maggior parte del loro pubblico li sostiene e li ama così, in un periodo dove, paradossalmente, fin troppe webzine, case editrici ed etichette discografiche impongono il revival, la mitologia o l’archeologia musicale e giornalistica come uniche e ‘ammirevoli’ opzioni per ‘rilanciare’ la (presunta) ‘vera scena’ metal/rock mondiale. Per restare fedeli ai più diffusi confronti ‘da bar’ che impazzano in rete, sarebbe interessante valutare le reazioni del pubblico di Metallica, Judas Priest, AC/DC e Kiss (ma anche Megadeth, Slayer e un bel po’ di altri nomi…) se queste band proponessero dal vivo scalette con il 62,5% di brani registrati dal 2000 in poi. Riportando alla mente le discografie dell’ultimo decennio di questi gruppi (di cui, attenzione, ammiro e rispetto molti aspetti e lavori!) un’idea me la sono fatta su quale sarebbe l’esito degli show, o meglio: vedendo le reazioni dei fan maideniani su YouTube e a Villa Manin davanti alle scelte optate dai loro beniamini, posso ipotizzare quali NON sarebbero le reazioni dei fan di Metallica, Priest e compagnia a parità di setlist. Anche nella musica, per mille motivi piacevoli o meno, c’è chi può e chi non può e gli Iron Maiden, nel 2010, possono ancora alla grande. E fanno di tutto per continuare a farlo, “no matter how far”.

Cristiano Canali

NOTE TECNICHE: Villa Manin è sicuramente una location splendida e suggestiva, così come l’intera regione Friuli Venezia Giulia, che sta facendo molto per far conoscere il proprio territorio al resto d’Italia e ai paesi limitrofi. Ma si può fare ancora un pizzico meglio insieme ai promoter, specialmente per quanto riguarda la gestione del traffico automobilistico e dei parcheggi, dove il caos ha regnato sovrano un po’ ovunque intorno alla Villa. Con un’estensione e un pubblico del genere, inoltre, l’aggiunta di maxischermi (anche di dimensioni ridotte) avrebbe permesso a tutti di godersi meglio l’evento, senza lasciare buona parte del pubblico in una situazione da ‘visita oculistica’, dove i Maiden hanno svolto la parte delle letterine minuscole da decifrare a distanza. I suoni, infine, dalla mia posizione andavano e venivano, ma spesso l’acustica e il vento giocano brutti scherzi, e di più non è possibile fare.

Articolo pubblicato sul numero 0 di Flash Magazine (agosto/settembre 2010).