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The X-Factor: rivalutazione di un piccolo capolavoro PDF Stampa E-mail
Venerdì 22 Ottobre 2010 09:04 Cristiano Canali   


( 7 Voti )

THE X-FACTOR
(Iron Maiden, 1995)
di Cristiano Canali


LA STORIA

Anni novanta. L’epoca di crisi per la scena hard ‘n’ heavy (soprattutto americana) coincide con il momento più buio e rischioso di una delle formazioni più importanti ed amate da critica e fan: Bruce Dickinson, singer e frontman tra i migliori del rock, si è separato dagli Iron Maiden dopo un tour celebrativo ed un ultimo spettacolare show (riservato ai soli iscritti al Fan Club ufficiale) datato 28 agosto 1993. Il bassista/leader Steve Harris, spinto in primis dal chitarrista e compagno di una vita Dave Murray, decide di continuare senza di lui e con rinnovata passione e determinazione si mette alla ricerca di un nuovo vocalist. La band passa in rassegna centinaia di nastri provenienti da ogni parte del mondo e tra i nomi grossi si parla con ricorrenza della presa in considerazione di artisti del calibro di Michael Kiske (Helloween), Doogie White (Rainbow), Andre Matos (Angra), James LaBrie (Dream Theater) e perfino di un improbabile ritorno di Paul Di’Anno. Privilegiando la nazionalità inglese ed un curriculum non troppo ‘pesante’ in termini di esperienza e fama, i Maiden offrono a Blaze Bayley, voce degli apprezzabili Wolfsbane, l’opportunità di entrare a far parte della band. Dopo l’annuncio della rinnovata lineup ed un lungo periodo di lavorazione, il decimo disco della Vergine di Ferro sbarca nei negozi il 2 ottobre 1995 sotto il nome di The X-Factor.

LE ACCUSE

Mi rendo conto di aver preso in rassegna un lavoro che ha fatto scrivere e parlare di sé stesso come pochi altri ‘fattori’ nell’heavy metal degli ultimi trent’anni: tutti sappiamo chi siano gli Iron Maiden, tutti abbiamo le nostre idee su Blaze, tutti (si spera) siamo venuti a contatto con The X-Factor, formulando delle sentenze quasi sempre definitive. Ci sarebbero da scrivere pagine e pagine sui Maiden degli anni novanta ma, volendo restare legati al contesto di questo disco e all’anno di grazia 1995, le principali accuse si riducono alle seguenti: “Blaze non è come o meglio di Bruce Dickinson”; “la voce di Blaze fa schifo”; “il disco non sembra suonato e scritto dagli Iron Maiden”. Indubbiamente il relativo tour mondiale ha pesato molto nel giudizio a posteriori sul disco e su Bayley, ma ritengo sia giusto fermarsi in questa sede al solo lavoro in studio e alle undici canzoni che costituiscono l’album, una testimonianza che rimane intatta nel tempo ed è meno soggetta ad interpretazioni rispetto ad un concerto o un bootleg registrato male.

RIASCOLTANDOLO OGGI…

Riascoltandolo oggi, secondo me, si possono distruggere una ad una tutte le accuse elencate poco sopra, con tanto di esaurienti motivazioni. Andiamo per ordine: “Blaze non è come o meglio di Bruce Dickinson”. Pienamente d’accordo, e mi sembra anche banale sottolinearlo: quanti di voi paragonerebbero Zucchero a Dani Filth?! La differenza tra l’ugola di Bayley e quella di Dickinson è gigantesca per diversi elementi: timbro, estensione, adattabilità… stiamo parlando di due voci che non hanno niente a che fare tra loro. Che senso ha quindi metterle a stretto confronto? Non voglio negare che la voce di Bruce sia diventata dai primi anni ottanta uno degli elementi più importanti del sound degli Iron Maiden e che l’amato artista sia di diritto il migliore e più carismatico cantante della band di Steve Harris ma, nome del gruppo e nazionalità inglese a parte, Dickinson e Bayley erano, restano e saranno sempre inconfrontabili. Ha senso stroncare un cantante perché non usa la voce come il suo predecessore? No, soprattutto se questo non è per niente nei piani della band. Ha senso giudicare ‘brutta’ una voce (accusa numero due) perché si allontana dagli stereotipi del metal che prevedono acuti al limite dell’umano o voci semi-growl? Non direi proprio! Ogni voce può essere sfruttata a dovere se inserita nel giusto contesto, con la giusta visione. E la visione che Steve Harris ha avuto per il ‘Fattore X’ è una delle migliori e più complete di tutta la storia del suo gruppo. Restano valide tre opzioni quando il cantante di una band decide di andarsene: lo scioglimento, la sostituzione con una voce simile, il cambiamento semi-radicale. Da buon testardo inglese voglioso di mettersi in gioco, Steve Harris non avrebbe mai accettato di sciogliere la sua band a causa di Dickinson e benché meno si sarebbe messo alla ricerca di un’ugola che lo scimmiottasse in studio e sul palco: ci voleva un elemento nuovo, che potesse rappresentare adeguatamente la visione più cupa, triste e malinconica che Steve stava maturando per la sua musica, in seguito ad un difficile divorzio e alla sofferta morte del padre. Mi risulta veramente difficile pensare a Michael Kiske che interpreta le tracce nere di X-Factor con adeguata profondità e tetraggine: Blaze è stato la scelta perfetta per ciò che il leader dei Maiden stava inseguendo e aveva bisogno di esprimere. L’ultima imputazione legata al fatto che gli Iron Maiden ‘non fossero più loro stessi’ assorbe le due precedenti e le determina. La storia della musica insegna quasi universalmente che ‘chi si ferma è perduto’ e se si pensa alle più grandi formazioni di rock duro ci si trova davanti a band che, più o meno, hanno inciso dischi diversi, perfino opposti tra loro, adeguandosi a nuove sonorità, nuove tecnologie e cercando sempre di sfornare ogni ‘piatto’ con un sapore diverso da quello del suo predecessore, indipendentemente dai rischi. Quasi tutti i gruppi che hanno scelto di aggrapparsi saldamente al sound e alle tematiche dei loro capolavori per intere discografie, si sono automaticamente aggrappati sempre allo stesso pubblico e target, tagliando fuori chiunque non amasse il loro stile e, a mio avviso, ponendosi come artisti incompleti e piuttosto ruffiani… molto più ruffiani di chi ha il coraggio di cambiare ed evolversi dopo tanti anni di fama e tour (Painkiller docet), anche inseguendo le tendenze del momento. Nessuno si sarebbe mai aspettato un disco del genere dagli Iron Maiden (la band dei ritornelli squillanti, delle galoppate energiche e degli assoli ultra-melodici) e la stessa band non arriverà mai più a concepire un lavoro così truce ed intriso di buio, elemento che qui domina incontrastato a partire dall’artwork (brutale e distante anni luce dalle produzioni di Derek Riggs) fino alle ultime note della conclusiva ‘The Unbeliever’. Questo disco è un gioiello prezioso, la migliore opportunità per i fan dei Maiden di poter trovare riscontro e conforto nella loro band preferita anche durante i momenti più grigi della vita, quando sentimenti come la tristezza e la desolazione prendono il sopravvento e ad esorcizzarli non possono più essere brani come ‘Aces High’ o ‘Alexander The Great’. The X-Factor è il salto nel buio più profondo di Steve Harris… e, almeno una volta, può essere il salto nel buio e lo sfogo di chiunque abbia la volontà di ascoltarlo e viverlo senza pretendere che sia ‘qualcos’altro’.

I MOMENTI MIGLIORI

Per il sottoscritto l’album è un’esperienza totale e non la somma di singole tracce più o meno meritevoli: una finestra misteriosa ed affascinante da cui filtrano deboli raggi di luce che puntano dritti a tematiche esplicite quali la guerra, la disperazione, la solitudine, la caduta, la malinconia e la depressione. Trovo che il disco, nei suoi 71 minuti di durata, sia il prodotto più omogeneo mai partorito dalla mente di Steve Harris: raramente il bassista è stato in grado di scrivere testi così profondi, importanti e complementari alla musica, in grado di aumentare a dismisura il valore di questo capolavoro oscuro. Quali sono i picchi massimi del disco? Indubbiamente la traccia più struggente e rappresentativa è l’opener ‘Sign Of The Cross’, brano epico che si pone da subito come elemento di distacco dai lavori passati e futuri della band: nessun altro album della Vergine di Ferro si apre con una canzone di oltre undici minuti e… che canzone!! Introdotto da veri canti gregoriani, il brano esplode più volte nel suo incedere ed ogni stacco che precede e supera il maestoso ritornello è la dimostrazione dell’assoluto stato di grazia di un Harris fantasioso ed ispiratissimo: atmosfere lente e possenti, grandi aperture melodiche, un assolo splendido ed una chiusura/reprise dell’intro che sigilla un universo di emozioni creato e distrutto in poco più di dieci minuti. ‘Lord Of The Flies’ prosegue il cammino dell’album narrando i contenuti dell’omonimo romanzo di Golding, celebre analisi dei più estremi e selvaggi istinti umani: il ritornello e l’harmony di chitarra sono a dir poco perfetti. ‘Man On The Edge’ è una traccia piuttosto atipica per il sound del disco (porta la firma del duo Bayley/Gers), ma non per questo banale: veloce, travolgente, diretta e con un chorus estremamente accattivante. Un perfetto singolo che, insieme alle tracce precedenti, è stato riproposto con successo anche dopo la reunion con Dickinson alla voce. ‘Fortunes Of War’ è forse una delle migliori canzoni mai scritte sulla guerra nel genere heavy, in grado di esprimere veramente l’angoscia e la disperazione che un reduce di un qualsiasi conflitto si porterà dietro tutta la vita. Il tema della song si incastra perfettamente con la voce di Blaze e l’avanzare prima lamentoso, poi cadenzato, di tutti gli strumenti presenti, tastiere incluse. Harris si mantiene ad altissimi livelli e dopo anni di ascolti non riesco a non farmi colpire dalla carica emotiva di questa piccola gemma nera. ‘Blood On The World’s Hands’ porta avanti la vena di originalità di X-Factor aprendosi con un assolo di basso semplice ma dannatamente efficace. ‘2 A.M.’ è una splendida ballata elettrica che ognuno può sentire propria quando, solo e nel cuore della notte, si interroga sulla mancanza di significato della vita e di sè stesso, senza mai trovare una risposta che lo soddisfi. Perfino un pezzo come ‘The Unbeliever’, che al primo ascolto può suonare davvero strambo e senza senso, dopo numerose ripetizioni è in grado di entrare nelle ossa dell’ascoltatore e dare qualche brivido con lo splendido ritornello e l’ammaliante parte strumentale.

CURIOSITÀ

La promozione di The X-Factor resta forse ancora oggi la più imponente mai pianificata dagli Iron Maiden: mega party con ambientazioni e personaggi a tema, decine e decine di interviste televisive e cartacee, copertine delle più importanti riviste internazionali, pubblicità radiofonica, cofanetti e molteplici versioni di CD singoli carichi di B-Side ed interviste audio. Anche il tour di supporto all’album è ricordato come uno dei più completi e ricchi degli ultimi vent’anni e ha preso il via nientemeno che a Gerusalemme, dopo l’annullamento di quattro date di rodaggio programmate per il mese di febbraio 1994 (un anno e nove mesi prima dell’uscita dell’album) a causa di un serio incidente in moto di Blaze. L’elenco completo delle canzoni che non hanno trovato posto sull’album (ma che provengono dalle medesime session di registrazione) include i brani ‘Judgement Day’, “I Live My Way’, ‘Justice Of The Peace’ e le due cover ‘Doctor Doctor’ (UFO) e ‘My Generation’ (The Who). The X-Factor è ricordato ancora oggi da Steve Harris come uno dei suoi dischi preferiti degli Iron Maiden.

IDENTITY CARD 1995

Provenienza: Inghilterra
Genere: Heavy Metal
Formazione: Blaze Bayley (voce) Dave Murray (chitarra) Janick Gers (chitarra) Steve Harris (basso) Nicko McBrain (batteria)
Tracklist: ‘Sign Of The Cross’, ‘Lord Of The Flies’, ‘Man On The Edge’, ‘Fortunes Of War’, ‘Look For The Truth’, ‘The Aftermath’, ‘Judgement Of Heaven’, ‘Blood On The World’s Hands’, ‘The Edge Of Darkness’, ‘2 A.M.’, ‘The Unbeliever’
Produttori: Steve Harris & Nigel Green


Articolo tratto dalla rubrica Replay, pubblicata mensilmente su Flash Magazine e come integrazione del programma Onde Anomale (
www.rocknrollradio.it).