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Bruce Dickinson - Tyranny of Souls (CD) - 2005 PDF Stampa E-mail
Mercoledì 25 Aprile 2012 07:37 MaZZo   

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( 4 Voti )

Partiamo da una premessa di carattere generale: le fortune di un album non dipendono mai unicamente dall’intrinseca qualità dello stesso. Molti altri sono i parametri in grado di orientare la percezione di un fruitore di musica nei confronti di un’uscita discografica. Passando al caso che ci interessa, possiamo affermare senza indugi che il sesto lavoro solista del nostro adorato Bruce è afflitto da uno degli handicap più perniciosi e difficilmente aggirabili, che potremmo definire come “sindrome dell’album successivo ad un capolavoro assoluto”.


Di certo, tenere il passo col precedente lavoro del cantante di Worksop, il mastodontico The Chemical Wedding uscito nel 1998, costituiva impresa a dir poco titanica.
Oltre a ciò, nemmeno le notizie reperibili in rete sembravano corroborare ottimistiche previsioni circa la buona riuscita del disco: in primis Dickinson, da tempo tornato all’ovile dei Maiden, ha potuto usufruire di minor tempo (e voglia?) per rifinire brani, linee vocali e arrangiamenti. L’iter compositivo è stato in gran parte sviluppato via mail col fido chitarrista, produttore e songwriter Roy Z. Alcuni musicisti presenti su disco sono stati reclutati direttamente dal talentuoso axeman, mentre altri hanno addirittura registrato le loro parti senza che nemmeno si conoscesse il loro volto (mi sto riferendo, ovviamente, al pregevole lavoro alle tastiere dell’italianissimo Maestro Mistheria). Oltre a tutto ciò, se la memoria non m’inganna, Bruce ha avuto modo di raccontare come, durante le registrazioni dell’album, fosse ancora dolorante a causa della brutta caduta rimediata durante un concerto dei Maiden, sul palco dell’Universal Amphiteatre di Los Angeles, in data 31 gennaio 2004 (doverosa puntualizzazione: lo scivolone non aveva impedito allo stoico singer di terminare l’esecuzione della “sacra” Hallowed Be Thy Name).
Partendo da simili, plumbee premesse, sembra quasi che io mi stia accingendo a stroncare il disco oggetto della recensione. Invece, niente affatto: Tyranny of Souls è un grande cd; semplicemente, non riesce a raggiungere gli elevatissimi picchi qualitativi del predecessore. I suoni, seppur adeguati, non risultano convincenti come quelli di The Chemical Wedding; la sezione ritmica appare meno ispirata; gli stessi brani godono di minor brillantezza compositiva. Ma evitando scomodi paragoni e tentando di analizzarne pregi e difetti in modo obiettivo, non si fatica ad accorgersi come Dickinson abbia fatto centro ancora una volta. I riscontri meramente commerciali, ai tempi dell’uscita (parliamo dell’ormai lontano 2005), non furono eclatanti (forse anche a causa di una campagna pubblicitaria decisamente low profile), ma ciò non sminuisce in alcun modo le tante qualità del prodotto, che cercherò ora di sviscerare.
L’accoppiata intro/opener riesce nell’intento di attirare come una calamita l’attenzione dell’ascoltatore: la lugubre, apocalittica Mars Within ci introduce nel modo migliore alla veloce Abduction, con la quale condivide le lyrics a sfondo sci-fi (andatevi a ripescare il video, una sorta di b-movie alla Ed Wood in versione moderna, col nostro cantante preferito in fuga dagli alieni). Interessante notare la potenza e la cattiveria del riffing portante (che si stempera al sopraggiungere dell’ottimo chorus), unitamente all’inusuale sfuriata di doppia cassa in uscita dal primo ritornello.
Si resta in tema fantascientifico anche con la terza, splendida traccia: Soul Intruders. Anche nel brano in questione ci si imbatte in ritmiche particolarmente rocciose e quadrate, che fanno da contraltare all’epicità di un ritornello interpretato in modo magistrale da Dickinson.
Nemmeno la quarta traccia, dedicata al primo volo tentato dai fratelli Wright sulla collina Kill Devil Hill, delude le aspettative: tutto gira alla perfezione, sia nella prima parte (arrembante e vigorosa) che nella seconda (più raccolta ed onirica, anche grazie al pregevole arrangiamento di pianoforte). Un plauso al brillante testo, da cui traspare chiaramente l’ammirazione del singer per i due pionieri dell’aviazione.
Si giunge poi all’immancabile ballatona semi-acustica: Navigate the Seas of The Sun, pur non riuscendo a rivaleggiare con la leggendaria Tears of the Dragon, appare comunque in grado di incantarci con la sue atmosfere soffuse ed epiche al tempo stesso, coi suoi impeccabili arrangiamenti e con una prova ispiratissima del solito Bruce; degni di menzione anche gli assoli di chitarra dell’ottimo Roy Z piazzati in chiusura. Come avrete intuito, siamo senza dubbio al cospetto di uno degli highlights assoluti di Tyranny of Souls; cionondimeno, ogni qualvolta mi capiti di ascoltare il brano, mi ritrovo a pensare che la presenza del nostro Adrian Smith l’avrebbe reso ancor più indimenticabile…
Giungiamo così a River of no Return, interessante mid tempo dal sapore mistico che non avrebbe sfigurato nel precedente The Chemical Wedding; evidenziamo con piacere il buon lavoro alle keyboards di Maestro Mistheria, che riesce ad impreziosire notevolmente la composizione con poche, ma efficaci, linee di accompagnamento.
Si sale notevolmente di ritmo con Power of the Sun, pezzo di certo apprezzabile in virtù del perfetto bilanciamento tra velocità e melodia (in certi passaggi strumentali si sfiora il power metal); molto convincente anche il chorus.
Ennesimo cambio di registro con l’hard rock settantiano (perdonate l’orrido termine) di scuola britannica che caratterizza Devil on a Hog, settima song del cd. Davvero riuscite le linee vocali di un Dickinson, sornione e divertito come ai vecchi tempi di Tattooed Millionaire, che nell’occasione veste i panni di un diavolo approdato sulla Terra a bordo di una Harley Davidson, pronto a divertirsi e ad abbordare qualche giovane fanciulla.
Altro brano, altro stravolgimento di sound: l’ottava canzone del platter, Believil, flirta addirittura con le sulfuree, ancestrali atmosfere del doom. L’incedere sinistro della strofa conduce ad un chorus roccioso, che Bruce riesce ad interpretare con la giusta cattiveria. Stando ad alcune voci che circolavano sul web (e che io ritengo ampiamente attendibili), questo pezzo sarebbe stato inizialmente composto da Roy Z per l’intrigante progetto Three Tremors (se posso permettermi, il nome era a dir poco pacchiano!): Bruce Dickinson, Rob Halford (Judas Priest) e Geoff Tate (Queensryche) avevano infatti in cantiere un disco, poi mai andato in porto per problemi organizzativi e mancanza di tempo. Senza dubbio un peccato, anche se, per lo scrivente, il vero dispiacere da “album mancato” discende dalla collaborazione abortita, nel lontano 2001, tra Dickinson ed il geniale Arjen Lucassen, mastermind degli Ayreon (consiglio spassionato: andatevi a ripescare il gigantesco brano Into the Black Hole dall’album Universal Migrator del 2000, in cui Bruce regala una delle sue interpretazioni più sbalorditive di sempre).
Chiudo la parentesi e torno a Tyranny of Souls, con particolare riferimento alla title track. Ebbene, a proposito di Three Tremors, appare d’uopo riportare l’incipit delle lyrics:
“When shall we three meet again?
In thunder, lightning or in rain?”
Dunque, credo di poter affermare con discreto grado di certezza che anche questo brano era destinato al side-project summenzionato…
Ad ogni modo, bene ha fatto Bruce a ripescarlo per il suo lavoro solista: sarebbe stata scelta poco avveduta quella di lasciare nell’oblio un’ottima heavy metal song, graziata da un chorus solenne e da buoni fraseggi chitarristici.
L’album, per noi poveri europei, finirebbe qui; purtuttavia, mi permetto di invitare il lettore ad un piccolo sforzo economico aggiuntivo, al fine di accaparrarsene una copia import giapponese. In tal modo, il fortunato acquirente potrebbe usufruire di una vera gemma nascosta della discografia del singer britannico: la b-side Eternal. Anch’essa è stata presumibilmente concepita per le tre voci Dickinson/Halford/Tate, ma in questo caso mi dichiaro ben lieto che Bruce non abbia dovuto dividere il microfono con altri, seppur validissimi, colleghi. Ci troviamo di fronte ad una sognante ballad dalle atmosfere sospese, arricchita da deliziosi echi pinkfloydiani, la cui malinconica strofa prepara splendidamente il terreno per un chorus indimenticabile e per un grandissimo solo di Roy Z. La prestazione di Bruce è davvero da lacrime per intensità, estensione vocale e pathos. Il più grande cantante della storia del metal mi perdonerà per la licenza, ma non posso esimermi dall’esprimere la mia incredulità per la folle decisione di lasciare questo piccolo capolavoro fuori dalla tracklist ufficiale del disco.
Volendo tirare le somme a seguito dell’estenuante track by track appena svolto, ci si può senz’altro definire pienamente soddisfatti: a Tyranny of Souls, infatti, le belle canzoni non mancano di certo. Semmai, al platter può essere imputata una eccessiva eterogeneità stilistica, che in qualche modo finisce per spiazzare l’ascoltatore, rendendo l’esperienza meno totalizzante ed immersiva rispetto al concept album The Chemical Wedding.
Ma se vi definite fan di Bruce non potete assolutamente mancare questo fantastico lavoro, che purtroppo rischia seriamente di rimanere l’ultima testimonianza solista di un artista impareggiabile. Consigliatissimo!

 

Marco Caforio.