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Bruce Dickinson - The Chemical Wedding (CD) - 1998 PDF Stampa E-mail
Domenica 01 Aprile 2012 07:39 MaZZo   

chemical


( 2 Voti )

La quinta fatica solista di Bruce rientra a pieno titolo nella venerabile categoria degli album in grado di conquistarti dopo pochi secondi. Nella mia ormai ventennale militanza metallica mi è capitato raramente di ascoltare l'incipit della prima traccia di un cd e sapere con certezza, istintivamente, che ci si trova al cospetto di un autentico masterpiece.

Ricordo bene i sentimenti che mi agitavano le viscere al momento dell'acquisto di The Chemical Wedding, nel lontano '98: forte speranza, ampia fiducia nel proprio singer preferito, ma anche un pizzico di malcelata ansia. Il precedente, magnifico lavoro solista di Bruce, Accident of Birth, mi aveva letteralmente estasiato; possibile far meglio di così?
Ebbene, per giungere ad una risposta positiva mi è bastato posare l’orecchio sul tenebroso, potentissimo attacco della opener King in Crimson: quel riff, imbevuto di funerei echi sabbathiani, è riuscito a sciogliere i miei timori come neve al sole.
Da lì in poi, tutto è andato in discesa.
Tanto per mettere le cose in chiaro: per lo scrivente, il disco in questione rappresenta la massima espressione creativa del cantante di Worksop, nonché un’autentica pietra miliare della musica metal tutta. Stiamo per analizzare un lavoro coraggioso, fresco, innovativo, per nulla scontato o convenzionale. Ad onor del vero, già in passato Dickinson aveva deciso di osare, immolando il rassicurante (e redditizio) modus compositivo maideniano sull’altare della sperimentazione, della commistione e della ricerca musicale. Tale lodevole volontà di non fossilizzarsi sul proprio genere d’appartenenza, a mio modesto avviso, ha sempre sortito effetti più che positivi (ebbene sì: anche nel caso del vituperato progetto Skunkworks), ma mai così monumentali.
Stiamo discutendo di un concept album “a metà”, che non narra una storia vera e propria, ma che piuttosto si propone di catapultare l’ascoltatore nell’ancestrale, mistico immaginario creato dal poeta e pittore William Blake (1757-1827). Senza tediare il lettore con verbose dissertazioni storico/biografiche, ci limiteremo a sottolineare la forte carica onirica e visionaria (con ogni probabilità agevolata, oltre che dall’innata creatività, da poco salutari abitudini allucinogene) che permeava gran parte delle opere dell’artista britannico, spesso e volentieri incentrate su tetre tematiche religiose. Lo straordinario substrato letterario e visuale fornito dal buon Blake è riuscito, evidentemente, ad instillare nella band un inusuale quid creativo, che per nostra fortuna si è ripercosso positivamente sia sui testi, molto colti e zeppi di impressioni simboliste, che sul songwriting.
Ma non solo: le composizioni risultano valorizzate appieno da una produzione moderna, aggressiva ma con un meraviglioso flavour seventies, e da una prestazione strumentale mostruosa. Definirei la sezione ritmica (composta da Eddie Casillas al basso e da David Ingraham alla batteria) addirittura perfetta: groovy (ascoltare The Tower per conferme in tal senso), possente e dinamica; in alcune occasioni (si pensi strepitosa uscita dal break strumentale presente su Book of Thel) mi ha fatto rimembrare l’infernale accoppiata Geezer Butler – Bill Ward dei tempi migliori… La coppia di asce non è certo da meno: il fido Roy Z ed il nostro adorato Adrian Smith formano un team affiatato e letale, sfornando riffs e assoli memorabili a profusione.
Infine lui, Bruce. Ebbene, qui la Air Raid Siren fornisce una prestazione, se possibile, ancor più onnipotente del solito, in virtù della sovrumana carica di pathos ed epicità che riesce a conferire alle maestose linee vocali presenti sul disco, in particolar modo in occasione degli splendidi ritornelli. Il suo lavoro ci sembra altrettanto convincente sulle parti più pesanti e maligne: ascoltare l’interpretazione sul chorus di Killing Floor o nella parte centrale di Trumpets of Jericho per credere.
Mi asterrò dall’intraprendere un’estenuante disamina track by track; vi basti sapere che, lungo l’arco dei 57 minuti (che lievitano a 71 nella reissue del 2005, che aggiunge alla tracklist 3 inediti non imprescindibili) di durata del platter, vi imbatterete in composizioni davvero eterogenee, che tuttavia riescono, come per magia, a formare un insieme coeso ed organico. Lasciatevi incantare dalle lugubri digressioni dal flavour quasi doom (come nella già citata King in Crimson), dalle affascinanti partiture dal sapore psichedelico (si pensi alla magistrale title track), dalle suggestive melodie folk (nell’immenso crescendo zeppeliniano di Jerusalem, brano graziato da una porzione strumentale addirittura strappalacrime!), e poi ancora dalle efficacissime cannonate di fumante heavy metal dalle tinte epiche ed oscure al tempo stesso (doveroso segnalare i micidiali riffs presenti in Book of Thel e Trumpets of Jericho, di certo tra i più violenti su cui Bruce abbia mai cantato).
Potremmo dilungarci oltre (dubbia arte nella quale lo scrivente eccelle) disquisendo  in merito alla stuzzicante partecipazione, in veste di narratore, dell’idolo di gioventù Arthur Brown (controverso cantante inglese che Bruce aveva già omaggiato, anni prima, con una convincente cover della sua Spirit of Joy), incensando il gustoso videoclip realizzato per la song Killing Floor (in cui una ironica rappresentazione dei sette peccati capitali si conclude con una esilarante sessione di food fight), o ancora imbastendo sterili (nonché, a volerla dir tutta, impietosi) raffronti con la seconda fatica dei Maiden targati Blaze, quel Virtual XI uscito nel corso dello stesso anno. Ma tutto ciò, in definitiva, farebbe da mera cornice ad un quadro di inarrivabile bellezza. Dunque, meglio non sviare dal succo del discorso, che altro non è se non la musica: nel caso che ci occupa, non vale davvero la pena di parlar d’altro.
Nell’album The Chemical Wedding, infatti, troverete numerosissimi spunti di estremo interesse: lyrics profonde, pezzi splendidi, arrangiamenti sontuosi, atmosfere evocative, grande perizia strumentale.
Ed infine, com’è ovvio, la Voce del più grande cantante metal di tutti i tempi a rendere l’esperienza ancor più indimenticabile.

Marco Caforio