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Iron Maiden - Seventh Son Of A Seventh Son (CD) - 1988 PDF Stampa E-mail
Sabato 04 Settembre 2010 17:01 amministratore   


( 11 Voti )

 

 

Aprile 1988. Esce il settimo album degli Iron Maiden, Seventh Son Of A Seventh Son.

Un disco dalle chiare intenzioni sperimentali, intraprese già due anni prima, con il futuristico e (ai tempi) criticato Somewhere In Time.  Dalla venatura prog rock, che rimanda alla mente gruppi come Jethro Tull, Genesis e Yes (tanto cari a Steve Harris), questo disco assolve il sound più high tech del suo predecessore per introdurre melodie suggestive, con riff taglienti e incisivi. Il songwriting raffinato di Harris e soci plasma un concept album infarcito di synth e tastiere dalle note mistiche. L’atmosfera onirica e poetica che permea tutto il disco affiora nella compattezza del suono deciso e presente della batteria di Nicko McBrain, coadiuvato, come sempre, dal maestoso galoppare del basso di Steve Harris e una prestazione emozionale dei due chitarristi (Adrian Smith e Dave Murray), sempre più in sintonia con l’ugola epica e teatrale di un Bruce Dickinson cresciuto e maturato ampiamente nel corso del tempo.

I temi toccati in questo album trattano di visioni profetiche, del bene e del male e, in particolare, della nascita, vita e morte di un profeta ('settimo figlio di un settimo figlio', appunto) dai chiari poteri mistici, dando vita a testi epici e fantastici ispirati al folkrore che sta alla base della storia del numero sette, da sempre accostato alla magia e alle associazioni mistiche e religiose. Il miglior inizio per accogliere l’ascoltatore nel viaggio subliminale di questo concept album arriva con 'Moonchild', brano che si apre con un monologo di Bruce, per poi far spazio a synth e tastiere che al primo ascolto spiazzerebbero il più tradizionalista dei metallari. Subito dopo, la voce graffiante e il ritmo tirato della prima traccia prendono piede, esplodendo in tutta la loro maestria nell’imponente ritornello al grido del 'figlio della luna'. Uno dei brani più intensi dell’album, miglior inizio non si poteva chiedere! Non è da meno la successiva 'Infinte Dreams', dalle calde melodie a tratti blueseggianti, che naviga in un mondo infinito di sogni, per evolversi in intricati passaggi di chitarre e riff incrociati, spinti dall’incedere del basso e dalla carica emotiva di un Bruce ispiratissimo. In questo brano si assiste al sunto compositivo dei Maiden: melodia, duelli di chitarre, voce sublime, assoli al fulmicotone, basso e batteria che si incuneano in una ritmica dal retrogusto progressive. Stiamo parlando di una delle composizioni più belle del disco e probabilmente di tutta la lunga discografia maideniana. Con 'Can I Play With Madness' (primo singolo uscito a marzo, un mese prima del disco) si prende un attimo di respiro dall’atmosfera intensa dei primi due brani, per tuffarsi in una canzone dalla struttura semplice e immediata, con un coro trascinante e catchy, facilmente assimilabile sin dal primo ascolto. Nonostante l’eccessiva leggerezza del brano (che possiamo definire il meno bello degli otto, ma non per questo brutto!), la presenza delle tastiere è ben dosata, ma è con 'The Evil That Men Do' che i Maiden probabilmente riescono a mettere tutti d’accordo, con un pezzo trascinante ed evocativo, marchiato dalla classica cavalcata infuocata di Steve Harris, un Bruce Dickinson in prima linea e le chitarre di Adrian Smith e Dave Murray che giocano tra loro con riff all’unisono. Il picco compositivo e sperimentale dell’album avviene però con la title track, impreziosita da passaggi epici e oscuri. 'Seventh Son Of A Seventh Son' è un lungo viaggio di quasi dieci minuti dove i Maiden, senza gli inutili virtuosismi del caso, riescono a concentrare tutta la magia e il misticismo del testo con una struttura mai scontata. La parte evocativa arriva a metà del brano, dove un poetico Bruce narra i passi del settimo figlio, con le tastiere che aumentano l’agonia e la drammaticità in cori ancestrali. Al termine della fase atmosferica (che ricorda un'altra dellle grandi song dei Maiden, 'Rime Of The Ancient Mariner') l’esplosione suggestiva delle chitarre si abbatte in intricati passaggi caratterizzati da ritmi molto progressive. Steve Harris e Nicko McBrain impiegano tutte le loro energie per deliziarci con uno dei migliori momenti strumentali dell’intero lavoro. Nel finale tornano i cori, accompagnando i riff del dinamico duo Smith/Murray verso la conclusione di questa epica traccia. Abbiamo appena assistito a pura poesia musicale ma la storia prosegue con 'The Prophecy', midtempo dai tratti medievaleggianti dove Bruce Dickinson mostra le sue doti da menestrello di corte, raccontandoci la profezia di questo settimo figlio di un settimo figlio, accompagnato sempre da tastiere celestiali e chitarre melodiche. La struttura, affatto banale, varia sistematicamente e prosegue con estrema convinzione il tema sperimentale dell’album, mostrando uno dei lati più progressive del gruppo. L’ispirazione è a livelli altissimi e proprio questa 'profetica canzone' sembra mostrarci il futuro della band, fatto (come sappiamo) di fasi sperimentali e netti tagli prog rock targati '70s. In risposta arrivano brani più immediati e tirati, come la successiva 'The Clairvoyant', brano dall’intro terzinato di basso (uno dei primi brani composti da Steve Harris per SSOASS) che si avvia verso binari veloci, sfociando in chitarre melodiche che seguono i vocalizzi di Bruce con l’esplosione di assoli magistrali, e 'Only The Good Die Young', un uptempo dal riff convincente, alimentato dalla massiccia presenza di tastiere e da un giro di basso velocissimo. Un brano molto più easy rispetto alla precedente traccia (accostabile alle atmosfere di 'Can I Play With Madness'), che nel finale riprende il monologo che faceva da incipit all’album:

"Seven deadly sins
Seven ways to win
Seven holy paths to hell

Seven downward slopes
Seven bloody hopes
Seven are your burning fires
Seven your desires..."


…e conclude in bellezza un disco suonato con maestria, passione e tanta voglia di sperimentare.
Seventh Son Of A Seventh Son si lascia alle spalle le molte critiche mosse dai fan più tradizionalisti dell’epoca, conquistando posizioni importanti nelle varie classifiche musicali (primo posto nella UK chart) e investendo idee e risorse in uno dei più teatrali e riusciti tour della storia degli Iron Maiden, con scenografie artiche e atmosfere irripetibili! Chiunque sia un 'ascoltatore' e fan degli Iron Maiden (e della musica in generale) non potrà rimanere indifferente di fronte a cotanta magia. Questo album, nonostante sia lontano dallo spirito più heavy metal del gruppo, è riuscito a far evolvere il trademark maideniano a livelli mai più raggiunti e rappresenta uno dei punti più alti degli Iron Maiden, sia a livello compositivo che musicale. Un album che ha saputo superare la prova del tempo, ricevendo consensi in tutto il mondo e che, senza tante pretese, viene visto da molti come uno dei precursori di quel progressive metal nato alla fine degli anni ottanta. Chi ama i Maiden o chi li odia in questo viaggio esce sconfitto dalla mostruosa superiorità musicale di SSOASS, che pone un infinito equilibrio nella lotta tra sostenitori e detrattori del gruppo, destinati per l’occasione a riporre le asce di guerra da qui all’eternità. Seventh Son Of A Seventh Son non è solo un album… è la storia degli Iron Maiden.

A cura di Seventh Ghost